Non c'è stato un momento preciso in cui ho deciso di fare questo mestiere. Allo IED di Milano ho studiato tutte le fasi della produzione, e più capivo come funziona una lavorazione più mi sembrava che il compositing fosse il posto dove finivano le cose che mi interessavano. La tecnica, l'occhio, il gusto di risolvere problemi. Mi piaceva l'idea di prendere immagini incomplete, girate in giorni e luoghi diversi, e farle diventare una scena sola in cui nessuno nota il lavoro.

Ho cominciato a Milano, in uno studio dove si faceva un po' di tutto, e a quel posto devo molto. È lì che ho capito come funziona davvero una lavorazione, con le scadenze e le priorità che si spostano, ed è lì che sono diventato pratico nella gestione degli shot. Cominciare vicino a tutte le fasi del lavoro mi ha insegnato cose che un ruolo più stretto non mi avrebbe dato.

Poi mi sono trasferito a Londra e sono passato per MPC, Framestore e Cinesite. Lì ho scoperto cosa vuol dire lavorare dentro una pipeline strutturata, con standard rigidi, reparti specializzati e uno shot che passa per molte mani prima di essere finito. Cambia il modo di lavorare e cambia anche il modo di parlare del lavoro.

Negli anni successivi mi sono spostato tra Londra, Dublino, Cambridge e Milano, spesso da remoto dopo il covid. Il passaggio che conta è arrivato in Framestore. Ho smesso di limitarmi a eseguire le note e ho iniziato a prendermi la responsabilità degli shot che mi venivano affidati. Capire dove sta davvero il problema, scegliere una strada, portarla avanti e avvisare presto quando servono altri giorni o il lavoro di un altro reparto.

È il tipo di lavoro in cui mi trovo meglio. Mi piacciono gli shot complicati, quelli che non si risolvono al primo tentativo e in cui conviene fermarsi a ragionare prima di aprire Nuke. Integrazioni CG, set extension, cleanup lunghi, ricostruzioni, immagini fatte di venti elementi che devono sembrare la stessa fotografia. La parte che mi diverte di più è capire dove sia il problema davvero, se nel materiale girato, nel tracking, nei render, nella luce o nei bordi.

Ho un metodo abbastanza ordinato. Prima guardo cosa può rompersi o far perdere giorni, poi costruisco lo script in modo che resti leggibile anche dopo dieci giri di revisioni, perché quasi sempre ci rimette mano qualcun altro. Se qualcosa non torna lo dico subito al supervisor e alla produzione, possibilmente con una proposta in mano. Aspettare che una difficoltà diventi un'emergenza non ha mai aiutato nessuno. Quando una consegna si stringe mi adatto a quello che serve, e lavoro bene sotto pressione senza far scendere lo standard.

Lavorando da remoto do alla comunicazione più peso di quanto ne darei in sede. Tengo aggiornati supervisor e coordinatori, segnalo i rischi presto e cerco di non lasciare shot in zone grigie. Mi piace confrontarmi con gli altri artisti, soprattutto quando su una sequenza lavorano in tanti e la coerenza va tenuta insieme da qualcuno.

Lo strumento principale è Nuke, per compositing 2D e 3D, integrazione CG, deep, keying, cleanup, paint e finalizzazione. Uso anche Mocha e Silhouette, lavoro su Linux, con pipeline su Flow o ftrack e rendering in farm con Deadline. Conoscere il resto della pipeline serve soprattutto a parlare con i reparti 3D e a spiegare con precisione cosa non funziona in un render.

Oggi continuo su produzioni cinematografiche e televisive, e cerco shot e sequenze che chiedano autonomia. Non ho problemi con i progetti brevi, pubblicità comprese, e sono molto flessibile su come si organizza un lavoro. Lavoro dall'Italia, quasi sempre da remoto, e da anni con team internazionali. Italiano madrelingua, inglese professionale.